“Volo Q33 NY, affrettarsi all’imbarco”.
Che palle, qui tutti mettono fretta a tutti, non mi piace.
Ma soprattutto, non vedo ciò che vorrei vedere dietro la vetrata dell’area imbarchi internazionali.
Ho un bagaglio a mano nella norma, ma il peso che ha dentro è enorme e lo so solo io. Cosa ci faccio in un volo internazionale con una valigetta piena di fotografie?
Non lo so, ma mi tengono compagnia, mi servono, mi parlano, ammiccano dal fondo del buio, mi consigliano di sperare e di guardare oltre quella vetrata, ma si facessero i cazzi loro, pure loro, sennò apro a le butto tutte nel contenitore della carta, che qui è color lilla, tipo la mucca della Milka.
Cosa ci faccia un bambino di circa cinque anni con la sua automobilina radiocomandata nella hall di un aeroporto non lo so, so solo che la sua automobilina è venuta a cozzare contro la punta della mia Clarks destra, e non riesce a fare retromarcia.
Il guidatore, un biondo cucciolo di razza umana, mi guarda tra il deluso e il supplicante, vorrebbe che prendessi la sua automobilina e la rigirassi in direzione del suo proprietario, ma per farlo mi tocca distogliermi dalla lettura del giornale.
La Bankers Trust ha piazzato un nutrito pacchetto di put options sul groppone di United Airlines, un’operazione strana, per i volumi movimentati, una scommessa sul calo delle azioni di UA, boh, bisognerebbe rifletterci meglio, ma il mio sguardo intervallato dalla speransia (neologismo azzeccatissimo) verso la vetrata e lo sguardo supplicante del nanopilota in erba mi impediscono di riflettere.
Prendo l’automobilina, la alzo e la giro invertendone il senso di marcia, il nanoautista mi guarda grato e sorridente e la macchinina infernale riparte spedita con un ronzio.
Le lancette vanno, i solleciti dall’altoparlante pure, lei dietro alla vetrata non c’è, la mamma del bimbo biondo ha raccolto autista e veicolo, tutti verso il gate d’imbarco, affrettarsi, cori di trolley delle hostess sulle mattonelline grigio city, inservienti bordò a pulire vetrate, reattori che sibilano in pista, filtrati dalle vetrate linde di cui sopra, non c’è più tempo, si va verso il decollo, la rampa mi inghiotte insieme alle mie foto e alla mia inutile attesa di un sogno in gonnella che potesse materializzarsi dietro al vetro, “please come in, sir”, hostess avvolte in un burqa di Chanel che fa a cazzotti col dopobarba dell’energumeno della security, imbarco effettuato, vado alla mia poltroncina, posto ancora vuoto accanto, qualcuno è più in ritardo di me, o ha trovato la sua amata a fermarlo dietro la vetrata, non so.
Non c’è più tempo, si vola.
Si va via.
Finalmente.
L'autore qui ragiona al contrario.
RispondiEliminaParte lasciandosi la speranza al di là di un vetro,così,inevitabilmente,dovrà voltarle le spalle.
E'contraddittorio,di solito si arriva a "certe" destinazioni,le partenze implicano un addio a qualcuno,per forza.
Comunque notevole,uno scritto notevole,complimenti.
Grazie per i complimenti, o caffeinico lettore.
RispondiEliminaPurtroppo amo mettere sempre qualche signficato recondito nei miei deliranti scritti, e stavolta è decisamente noir.
I due non si incontrarono mai.
Perchè la sigla a inizio post identifica il volo che poi terminò contro una delle torri gemelle.
E quell'operazione speculativa (come se qualcuno sapesse dell'imminente crollo delle azioni della United Airlines) avvenne davvero, alla vigilia del dramma delle TwinTowers.
Saluti terrestri (non amo volare).