mercoledì 21 settembre 2011

L’ideologia dell’ineluttabile. di Eduardo Quercia

La grande crisi va modificando in maniera sempre più sensibile molti comportamenti nella vita quotidiana della maggior parte degli Italiani, soprattutto per quanto riguarda la costante contrazione dei consumi, in quanto strettamente relazionati al reddito e, quindi, alla capacità di spesa. Ma la naturale indisponibilità dei cittadini ad abbassare il proprio tenore di vita può essere derubricata a mera ritrosia (evitando una significativa sensibile reazione contraria) solo attraverso una paziente azione di convincimento, cioè dispiegando una sorta di ideologia dell’ineluttabile, fondata su pilastri concettuali semplici e facilmente assimilabili. Mi soffermerò su due di essi particolarmente interessanti.

Siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità.
In genere, quest’affermazione viene argomentata facendo riferimento allo sconcio delle pensioni d’anzianità ed, in particolare, alla legge vigente per lunghi anni in Italia che consentiva di percepire una sia pur modesta pensione a fronte di un tempo di lavoro insopportabilmente contenuto (15 anni 6 mesi ed 1 giorno). Ci sono, ovviamente, altri esempi di strampalate incongruenze che hanno prodotto un qualche aggravio sui conti dello Stato, ma si preferisce concentrare l’attenzione su questo argomento, perché, oltre ad essere oggettivamente di forte impatto, richiama una straordinaria carica d’ingiustizia, avendo cura di scaricarne implicitamente vantaggi e responsabilità sui lavoratori, intesi come classe sociale.
Una volta gettato in questo campo il seme di comportamenti contrari all’etica ed alla morale, basta irrorare con qualche considerazione generica, di quelle che hanno facile presa nell’opinione comune. “L’Italia è come una famiglia che ha mantenuto per anni un elevato tenore di vita accumulando debiti con le banche, che adesso esigono il rientro”. L’esempio è palesemente capzioso. I membri di una famiglia (guarda caso, il nucleo fondante della società) hanno, in linea di massima, un tenore di vita omogeneo, ma questo non è affatto vero per i componenti di una nazione, la cui vita si snoda, al contrario, su condizioni del tutto diverse, se non addirittura confliggenti.
Nel corso degli ultimi 15 anni (non c’è polemica partitica, atteso che nel Paese si sono alternati governi di centro-destra e di centro-sinistra) il salario reale dei lavoratori italiani si è eroso di oltre il 10% del potere d’acquisto, a causa di un costante trasferimento verso il profitto. Per quanto possibile, vorrei evitare di cadere nella facile demagogia, ma sappiamo tutti che a fronte di una contrazione della vendita di utilitarie, c’è un incremento della domanda di auto di lusso o d’imbarcazioni da diporto. E non credo sia necessario fare riferimenti espliciti a ben note vicende industriali degli ultimi mesi che hanno segnato un profondo arretramento del reddito e dei diritti dei lavoratori, grazie al ricatto di trasferire le fabbriche in Paesi dove il costo e le condizioni del lavoro restano ancora a livelli pressoché schiavistici.
Si potrebbe, allora, ragionevolmente sostenere che è quanto mai scorretto scaricare sui lavoratori, in maniera più o meno surrettizia, la colpa dell’enorme debito accumulato dall’Italia, segnatamente a partire dagli anni ’80, proprio in considerazione del fatto che in questo lasso di tempo le loro retribuzioni reali, oltreché i diritti faticosamente conquistati, sono complessivamente regredite ed anche in misura consistente. Del resto, è ugualmente evidente che non è lecito pensare che quanti hanno tirato avanti con pensioni da fame (anche al di sotto di 600 euro mensili) siano vissuti al di sopra delle possibilità del Paese (piuttosto, sarebbe doveroso chiedersi come siano riusciti a sopravvivere).
Il punto è spinoso e non vorrei dare adito ad equivoci. Non m’interessa in questa sede affermare che, se mai l’idea di “essere vissuti al di sopra delle possibilità” ha un suo fondamento, bisognerebbe ricercare in altre categorie i beneficiari veri della festa; se possibile, vorrei cercare di capire insieme a voi se è tollerabile un sistema economico, la cui ideologia, non solo accetta, ma premia le diseguaglianze più spaventose. Perché, se è tollerabile, allora è persino giusto affermare che la causa vera del debito va ascritta ad uno Stato non sufficientemente liberista o, comunque, ancora impregnato di qualche forma di solidarietà, insopportabile retaggio del secolo passato da eliminare al più presto. Con la massima chiarezza possibile: quello che dà noia non è il timore che s’insinui qualche malsano principio socialista, ma che sopravviva qualche principio della nostra Carta Costituzionale, che non è un pezzo di carta, ma il contratto sociale posto a fondamento dello Stato, cioè del nostro vivere in comune.
Abbiamo bisogno di meno Stato.
Con questa espressione si allude innanzitutto alla necessità di operare una forte contrazione su quello che potremmo definire l’organico dei dipendenti statali. A dispetto dell’apparente genericità e vaghezza, grazie in particolare alle esternazioni reiterate di un piccolo-grande ministro, si fa riferimento essenzialmente a quanti lavorano a vario titolo nell’ambito della scuola. Tanto per fare un esempio, si  consideri che nessuno si cimenta su una valutazione seria sul rapporto costi/benefici del corposo appannaggio del Ministero della Difesa. Meglio concentrarsi sulla scuola e sulla cultura in genere, con la quale, com’è stato autorevolmente affermato, non si mangia. Giusto o no, certo (come dimostrano i vari Milanese, Tarantini e Lavitola) si mangia molto si più con Finmeccanica.
Inoltre, svilire la scuola (posto che ci sia ancora spazio per un percorso avviato con innegabile successo già da tempo) significa anche debellare le difese immunitarie di una nazione, rendendola più facilmente permeabile ad un disegno di società appiattita su valori/disvalori funzionali ad un’ulteriore concentrazione di potere della classe
dominante e dei suoi fedelissimi cani da guardia. Per dirla con una battuta, si offre alla visione dei cittadini una vasta gamma di “Grande fratello”, affinché si riduca l’interesse e la voglia di leggere “Il grande fratello”.
L’intento di ridurre il perimetro dello Stato, tuttavia, non si limita a questo pur rilevante obiettivo strategico, ma incrocia anche il tentativo di deprimerne le funzioni (l’essenza stessa, si potrebbe dire) allo scopo di favorire la massima libertà di manovra sempre ad esclusivo vantaggio delle caste dominanti. (Si pensi, per fare un esempio chiarissimo, al deciso attacco all’articolo 41 della Costituzione).
Orbene, anche l’opportunità, anzi la necessità, di avere meno Stato (ancora meno Stato) sembra aver “sfondato” nella nostra opinione pubblica. Eppure, non siamo di fronte ad un principio particolarmente innovativo, giacché in tutto l’Occidente ha avuto grandissima applicazione specialmente negli ultimi decenni, fino a consolidare una vera e propria ideologia, che, in campo economico, ha preso il nome di neo-liberismo. Ma se questa pratica ci ha condotto, com’è evidente a tutti, sull’orlo di una catastrofe mondiale senza precedenti, sarà lecito chiedersi (fuori ed al di là di ogni ideologismo) se non sia arrivato il momento d’invertire la tendenza e di pretendere “più Stato”?

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